I1 cuore della Sicilia, tra marzo e aprile, è una sconfinata distesa verde, un immenso mare smeraldino increspato da onde lievi ad ogni soffio della brezza primaverile: è il grano giovane, coltivato a perdita d'occhio sui dolci declivi del latifondo. Qui e là le grandi chiazze purpuree della sulla creano un contrasto cromatico che incanta: i colori sono così vividi da sembrare artificiali. Quando poi le spighe saranno mature, in giugno, sotto il cielo di un azzurro purissimo, ci sarà solo il giallo abbacinante che, nel cuore della Sicilia e al cuore dei siciliani, annuncia l'arrivo dell'estate. Dopo la mietitura il paesaggio del feudo cambia bruscamente, riemerge la misteriosa geometria dei confini poderali e delle delimitazioni di campi e appezzamenti prima occultata dalla omogeneità della coltivazione. Accanto al giallo rado e irsuto delle stoppie rimaste sul campo, ora prevale il nero delle zone dove le stoppie sono state già bruciate per preparare il terreno all'aratura, e il grigio ferroso e argilloso dei tratti in cui la terra è già stata sconvolta dall'aratro. Il feudo, arso dalla calura e dal fuoco, in estate offre uno spettacolo di solitudine desolata che può risultare inquietante per chi non vi è avvezzo. Ma è proprio questo il cuore del cuore della Sicilia.


"Il latifondo mi affascina sempre, anche nella torrida estate. Io non so dirti ciò che l'anima mia prova davanti a tanta selvaggia poesia di natura. Mi par di ritrovarmi in tempi remotissimi, e che l'uomo non esista più o, meglio, che non sia mai esistito. Il cuore allora mi si riempie di non so quale ansia occulta, davanti alle tenute vaste e solitarie, ai radi armenti di bovi, alle irrequiete mandrie di puledri, alle masserie disperse qua e là a grandi distanze, agli orizzonti infiniti, alle albe, ai meriggi e ai tramonti mestissimi e solenni, che vengono salutati soltanto dal roco mormorio del vento, tra i cardi bianchi di polvere, dal dindonìo malinconioso di remoti campanacci e dai mandriani i quali, la sera, mentre riportano gli armenti alla stalla, urlano alle bestie sbandate".


Il paesaggio di cui parliamo - così descritto dal letterato Alessio Di Giovanni in La Sicilia del 1925 - dilaga nei territori di Enna e Caltanissetta, con un'estensione che va dai margini meridionali della provincia di Palermo, da Lercara Friddi (un grosso centro edificato nel '600 con pianta a scacchiera) e Alice (scenograficamente posta su un'altura rocciosa), fin quasi in prossimità della costa agrigentina, in vista del mare africano. L'uniformità ondulata del latifondo siciliano è interrotta qua e là da alture e picchi su cui sorgono borghi e città, alcuni dei quali di origine antichissima, edificati in posizione difensiva e di controllo del territorio circostante. La zona, originariamente abitata dalla popolazione indigena dei Siculi, è stata teatro del trascorrere delle diverse dominazioni che nei secoli si sono scontrate per la supremazia e il dominio sull'Isola: Greci, Romani e Bizantini a oriente, Fenici, Cartaginesi e Arabi a occidente, e poi i Normanni, gli Svevi, gli Angiomi, gli Spagnoli, fino alla dominazione borbonica travolta dai moti garibaldini e dall'Unità d'Italia. Due impronte, quella classica e quellaarabo-normanna, hanno fortemente determinato l'aspetto e l'anima delle città e dei borghi di quest'area interna in cui classicità e mondo cristiano, influssi islamici e tracce pre-elleniche si fondono creando inquietanti e affascinanti contaminazioni. Enna, collocata sul crinale dei Monti Erei che delimitano a est la zona del latifondo, per la sua posizione geografica e per la sua storia, per la sua natura e per la sua cultura, rappresenta la massima espressione di questa straordinaria combinazione. Chiamata da Callimaco "ombelico della Sicilia", definiva da molti il "belvedere della Sicilia"- che giace infatti tutta ai suoi piedi fino all'orizzonte con panorami mozzafiato - Enna, il capoluogo di provincia più alto d'Italia, sorge su un irto colle scosceso a strapiombo sulla pianura con il castello di Lombardia. Qui i Lombardi ebbero infatti una colonia, di cui ampie e vive tracce si ritrovano ancora oggi, più che nei resti architettonici, nella lingua parlata da queste parti, un dialetto siciliano stretto e nitido, con le vocali chiuse e un'armoniosa musicalità senza cantilena.

Da Enna, fulcro dell'isola da conquistare, un condottiero saraceno spartì la Sicilia in tre valli: il Val Demone, il Val di Noto e il Val di Mazara, denominazioni che, indipendentemente dalla toponomastica ufficiale, permangono tutt'oggi.



Ad Enna i Greci istituirono il culto di Demetra, la dea dell'agricoltura, la dea che sovrintende al ciclo immutabile della rigenerazione, e poco lontano, sulle sponde verdeggianti del lago di Pergusa, il mito collocava il ratto di Persefone-Core da parte del dio degli inferi, Plutone. Rileggiamo la descrizione che dei luoghi del mito ci ha lasciato Diodoro Siculo, nato ad Agira, a poca distanza da qui: "La prova più evidente del fatto che il rapimento di Core avvenne in Sicilia sarebbe (così dicono) la seguente: le dee si trattenevano su quest'isola perché l'amavano straordinariamente. Secondo il mito il ratto di Core sarebbe avvenuto nei prati vicino Enna. Questo luogo è vicino alla città, superiore agli altri per la bellezza delle viole e di tutti i tipi di fiori, degno della dea. Si dice che a causa del profumo dei fiori che vi sbocciano, i cani, soliti andare a caccia, non riescono a seguire la pista, perché impediti nella percezione fisica dal profumo. Il prato di cui stiamo parlando è piano al centro e ricchissimo d'acqua; elevato invece ai bordi, cade a picco con dirupi da ogni parte. Sembra giacere al centro dell'intera isola, perciò taluni lo chiamano ombelico della Sicilia.


Nelle sue vicinanze vi sono boschi sacri circondati da paludi ed una spelonca di grandi dimensioni nella quale vi è una voragine che porta sotto terra in dire- zione Nord: secondo il mito di qui uscì Plutone con il carro, quando rapì Core. Le viole e gli altri fiori che emanano profumo vi sbocciano senza interruzione e contro ogni regola per (intero anno e fanno sì che il luogo presenti un aspetto sempre fiorito e dilettevole". Lungo il perimetro del lago di Pergusa, che ha mantenuto intatta la sua aura mitica, corre oggi la pista di un autodromo modernamente attrezzato dove dalla primavera all'autunno si svolge un intenso calendario di gare automobilistiche.


Di fronte ad Enna, su un'altura gemella, sta Calascibetta scintillante: le sue case di pietra rossastra, sotto i raggi del sole meridiano, rimandano magici bagliori. A nord-est, fino a lambire i Monti Nebro- di, si snoda un itinerario sconosciuto di paesi e paesini tutti arroccati su picchi, alture e declivi, uno più bello dell'altro, tutti con una storia da raccontare, storie di re, di feudatari, di principi e di saraceni, come nelle fiabe. Ecco Leonforte, il nome dice tutto, ricca della munifi- cenza dei suoi signori, principi di Branciforti; ecco Assoro, col castel- lo dei Valguarnera, potenti baroni padroni assoluti di queste contrade. E poi Cagliano Castelferrato, un piccolo borgo di origine araba cre- sciuto attorno ad un castello tetro, minaccioso e imprendibile nel quale, per sfuggire alle congiure di palazzo, venne a riposare Federico II: il "riposo" durò più di dodici anni durante i quali il tetro castello fu trasformato in una dimora regale e sfarzosa. E ancora Centuripe, assai prospera sotto il dominio romano e Nicosia, città che sotto i Normanni accolse lombardi e piemontesi e ospitò diverse volte re e imperatori e Troina, la prima diocesi normanna in Sicilia, scelta da re Ruggero come residenza per sé e per la moglie Eremberga; e infine, tra il fiume Salso e il Dittàino, una immensa pianura, un feudo ster- minato e fertilissimo al centro del quale sta Regalbuto, che diede il nome ad una antica e ricca contea. A sud di Enna, adagiato sulla cresta di un monte, Aidone raccoglie nel suo Antiquarium i reperti provenienti dalla vicina zona archeologica di Morgantina, antichissima e misteriosa città sicula: templi, santuari, piazze, palestre, edifici pubblici e poi la fila di botteghe, il granaio, il teatro, quartieri con case signorili testimoniano la grandezza della città in epoca greca e romana.


Pochi chilometri più a sud il più straordinario monumento dell'età romana in Sicilia, la Villa del Casale di Piazza Armerina, una delle mete archeologiche più visitate. Costruita da un ignoto latifondista romano la villa si snoda maestosa in una successione di ambienti ornati di splendidi pavimenti a mosaico: le terme, il peristilio, la basilica, la sala da pranzo con triclinium, stanze e foresterie, appartamenti privati. Al visitatore di Piazza Armerina capiterà di sentir parlare un curioso dialetto nordico, con inflessioni lombarde: la città, l'antica Plutia, fedele al re normanno Ruggero, il vincitore dei Saraceni, fu elevata infatti all'onore di piazza darmi della sua milizia che vi soggiornò per lunghi anni. Il 13 e 14 agosto di ogni anno Piazza Armerina con il Palio dei Normanni rende omaggio all'amato Ruggero, acclamato come "capo e forza della Sicilia". Proseguendo nella "liberazione" dell'isola dai mori, Ruggero espugnò anche il ben munito fortilizio arabo di Caltagirone, il "castello dei vasi" secondo l'etimo più suggestivo, dove giorno e notte ardevano i fuochi di cento fornaci.


Nessun paese della Sicilia può vantare una tradizione ceramista così antica e con influssi così diversi (documentata dalle collezioni del locale Museo della Ceramica) che perdura grazie a un artigianato rispettoso della memoria ma insieme artefice di forme nuove e originali. Ceramiche policrome decorano chiese, palazzi, parchi pubblici e strade.

E di ceramiche policrome è rivestita la Scala del Monte, detta à scalaRa per via dei 142 gradini di nerissima pietra lavica, che divide in due la città (edificata su tre groppe, ricca di sontuosi palazzi del 1600 e 1700) e che collega la sede del potere civile, il Palazzo Senatorio, con la sede di quello religioso, la Chiesa Madre di Santa Maria del Monte. La sera del 24 luglio 'a scalazza diventa la scena magica dei festeggiamenti in onore di San Giacomo, patrono della città: alle 21.30 in punto 4.000 coppi di carta variopinta vengono accesi simultaneamente e, con improvviso bagliore, avvolgono la scala di un mantello sfolgorante.


"Castello delle donne" è il probabile etimo del nome millenario di Caltanissetta, l'antica Nissa baricentro della Sicilia. Qui la tradizione dolciaria ha mantenuto intatte le antiche ricette: cannileri, cannoli, sfinci, pignolata, vucciddati, marmuratz, taralli e bersaglieri e torroni troneggiano nelle pasticcerie insieme all'immancabile amaro locale.


La gastronomia locale utilizza ed esalta gli aromi naturali, le spezie di derivazione araba e i vegetali spontanei e proprio i fogliamari, i raccoglitori di verdure selvatiche chiudono il doloroso triduo pasquale portando a spalla il venerdì santo la vara del Cristo nero.

Tutt'intorno a raggiera, disposti su rilievi e picchi, interrompono la distesa monotona del latifondo Pietrape!oda, che deve il suo nome alla necropoli preellenica che occupa la rupe a sud del paese; Mazzarim, dai bei palazzi legati ai nomi dei Branciforti e dei Lanza;


Butera, issata su un alto bastione tra due profondi valloni; Mussomeli, dal magnifico castello eretto da Manfredi III Chiaramonte, fondatore della città; tea, ai piedi delle rocce a picco del monte San Paolino che domina la regione delle colline zolfifere; Cammarata e San Giovanni Gemiti incuneati (uno nell'altro e distesi sopra una rupe a ripido pendio sulla quale spicca il diruto castello dei Branciforti; e infine (araba Racalmuto, il " paese davvero straordinario" di Leonardo Sciascia, tutta stradine strette e cortili dominati dal castello dei Chiaramonte.